L’arte di scomparire nella liturgia: servire perché Cristo sia al centro

L’arte di scomparire nella liturgia: servire perché Cristo sia al centro

a cura di Rocco Fanciullo

C’è un’arte poco appariscente, ma decisiva, che ogni autentico servizio nella Chiesa dovrebbe imparare: l’arte di scomparire.

Non significa annullarsi, rinunciare alle proprie capacità o rendere insignificante il proprio compito. Al contrario, significa imparare a svolgerlo così bene da non attirare l’attenzione su di sé, ma da permettere a tutti di rivolgere lo sguardo verso ciò che davvero conta.

Nella liturgia questo principio assume un significato ancora più profondo: servire significa fare spazio a Cristo.

È una provocazione particolarmente importante in un tempo nel quale anche le celebrazioni possono correre il rischio di essere giudicate secondo i criteri dello spettacolo, dell’efficienza, dell’estetica o del protagonismo personale.

La liturgia, invece, non appartiene a chi la organizza, a chi la presiede, a chi canta o a chi svolge un ministero. La liturgia appartiene a Cristo e alla sua Chiesa.

Servire senza diventare protagonisti

Un’immagine particolarmente efficace di questo stile di servizio viene dal compito del cerimoniere o maestro delle celebrazioni.

La sua presenza è importante proprio perché, paradossalmente, dovrebbe quasi non essere percepita.

Coordina i diversi ministeri, prepara i passaggi della celebrazione, collabora con chi presiede, accompagna ministranti, lettori e altri collaboratori. Deve conoscere il rito e comprenderne il senso, intervenendo quando necessario senza trasformarsi nel protagonista della celebrazione.

Ma ciò che vale per il cerimoniere vale, in forme diverse, per ogni ministero ecclesiale.

Servire bene significa rendere visibile non se stessi, ma il mistero che si celebra.

È questa, forse, una delle forme più autentiche dell’umiltà cristiana: compiere con responsabilità ciò che ci è affidato e, nello stesso tempo, sapere fare un passo indietro.

Nella liturgia nessuno celebra da solo

La celebrazione cristiana manifesta una realtà fondamentale della Chiesa: siamo un solo corpo, nel quale esistono ministeri differenti.

Il sacerdote presiede la celebrazione eucaristica in persona Christi. Il diacono esercita il proprio ministero a servizio della Parola, dell’altare e della carità. I lettori proclamano la Sacra Scrittura. Il coro sostiene e accompagna il canto dell’assemblea. Ministranti e accoliti prestano il loro servizio all’altare. Il cerimoniere aiuta affinché ogni ministero possa svolgersi nel momento e nel modo opportuno.

Nessuno dovrebbe occupare lo spazio dell’altro.

Nessuno dovrebbe considerare il proprio servizio più importante degli altri.

La bellezza della liturgia nasce anche da questa armonia.

Non dalla somma di tanti protagonisti, ma dalla comunione di molti servitori.

Questa collaborazione non deriva semplicemente dalla necessità di organizzare bene una celebrazione. Nasce da una convinzione ecclesiale molto più profonda: la liturgia è azione di Cristo e della Chiesa.

Per questo ogni ministero trova il proprio significato non nell’esibizione di una capacità, ma nel servizio al mistero celebrato e alla comunità radunata.

La nobile semplicità: quando ogni gesto torna a parlare

C’è poi un principio fondamentale della liturgia che merita di essere riscoperto: quello della nobile semplicità.

Semplicità non significa superficialità.

Non significa fare tutto velocemente, eliminare ciò che sembra superfluo o trasformare la celebrazione in una sequenza efficiente di gesti da portare a termine.

La semplicità liturgica è piuttosto la capacità di permettere a ogni segno di parlare.

Un gesto compiuto bene.

Un silenzio rispettato.

Una processione senza fretta.

Una proclamazione della Parola preparata con cura.

Un canto realmente capace di diventare preghiera dell’assemblea.

Un altare preparato con sobrietà e bellezza.

La liturgia non ha bisogno di essere continuamente riempita.

A volte ha bisogno esattamente del contrario: di spazio, di silenzio, di respiro.

Perché attraverso quei segni possa emergere la presenza di Dio.

Il tempo della liturgia non è il tempo della fretta

Siamo abituati a misurare tutto.

Quanto dura una celebrazione? Quanto tempo impiega una processione? Quanti minuti occupa un canto? Quanto deve durare un momento di silenzio?

Naturalmente anche l’organizzazione è necessaria. Ma esiste il rischio di applicare alla liturgia la stessa logica della produttività che domina molti altri ambiti della vita.

La celebrazione cristiana introduce invece in un tempo differente.

Il ritmo della liturgia non è semplicemente il nostro tempo: è il tempo nel quale impariamo a lasciarci raggiungere da Dio.

Per questo una pausa non è necessariamente un vuoto.

Un silenzio non è tempo perso.

Un gesto compiuto lentamente non è inefficienza.

La liturgia educa anche a una diversa esperienza del tempo: non quello da consumare, ma quello da abitare.

Saper rispettare questo ritmo significa accettare che non siamo noi a dover dominare tutto ciò che accade. Anche nella celebrazione siamo chiamati a lasciarci guidare.

Ogni ministero nasce dalla Parola di Dio

Ogni autentico servizio liturgico deve poi conservare un legame profondo con la Parola di Dio.

La liturgia non è una coreografia di gesti religiosi.

Ogni segno riceve significato dalla storia della salvezza. Ogni ministero è inserito dentro l’azione con cui Dio convoca il suo popolo, gli parla, lo nutre e lo invia nuovamente nel mondo.

Per questo il servizio liturgico richiede anche formazione.

Non basta sapere che cosa fare.

Bisogna progressivamente comprendere perché lo si fa.

Un ministrante che conosce il significato dell’altare serve diversamente.

Un lettore che ha pregato la Parola la proclama diversamente.

Un cantore che comprende ciò che sta celebrando canta diversamente.

Un cerimoniere che conosce il senso teologico del rito non si limita a dirigere movimenti, ma custodisce una celebrazione.

La formazione liturgica, quindi, non può fermarsi alle istruzioni pratiche.

Deve diventare formazione spirituale.

Prima del servizio viene la preghiera

Esiste infatti una condizione indispensabile per chiunque svolga un ministero nella liturgia: essere prima di tutto una persona che prega.

Si può conoscere perfettamente un rito e non averne compreso il cuore.

Si possono conoscere tutte le rubriche e avere dimenticato Colui per il quale vengono osservate.

Si può organizzare una celebrazione senza lasciarsi mai realmente coinvolgere da ciò che si celebra.

È qui che nasce una delle tentazioni più sottili di ogni servizio ecclesiale: diventare professionisti delle cose di Dio senza essere più uomini e donne che cercano Dio.

La preghiera custodisce invece il significato del ministero.

Ricorda al sacerdote, al diacono, al lettore, al ministro, al cantore, al ministrante e al cerimoniere che prima di essere persone che fanno qualcosa nella liturgia siamo credenti convocati dal Signore.

Preparare una celebrazione significa già costruire comunione

Anche la preparazione di una celebrazione può diventare una forma concreta di evangelizzazione.

Quando sacerdoti, diaconi, ministranti, lettori, cantori e collaboratori imparano a preparare insieme la liturgia, accade qualcosa che va oltre l’organizzazione.

Si impara ad ascoltarsi.

Si impara a rispettare il compito dell’altro.

Si impara a collaborare.

Si impara che non tutto deve essere deciso individualmente.

Si impara che la bellezza nasce dalla comunione.

In questo senso, una celebrazione ben preparata non produce soltanto una liturgia più ordinata: può contribuire a formare una comunità più ecclesiale.

La comunione celebrata all’altare comincia anche nella comunione con cui quell’altare viene preparato.

L’eleganza della fede

Il titolo del libro di don Marco Gentile, L’arte di scomparire – Il manuale del cerimoniere, offre allora un’immagine che può essere applicata molto oltre il servizio del maestro delle celebrazioni.

L’arte di scomparire potrebbe diventare uno stile per ogni ministero ecclesiale.

È quasi una eleganza della fede.

L’eleganza di chi prepara senza mettersi in mostra.

Di chi serve senza pretendere riconoscimenti.

Di chi conosce il proprio posto senza invadere quello degli altri.

Di chi cura anche i piccoli particolari perché sa che attraverso i segni della liturgia passa qualcosa di infinitamente più grande di noi.

E forse una celebrazione è realmente riuscita non quando alla fine qualcuno dice quanto è stato bravo il sacerdote, il coro, il cerimoniere o il ministrante.

Ma quando tutto ciò che è stato preparato ha aiutato qualcuno ad incontrare il Signore.

Perché questo rimane il criterio ultimo di ogni servizio nella liturgia:

noi possiamo anche scomparire, purché diventi più visibile Cristo.

L’arte di scomparire nella liturgia: servire perché Cristo sia al centro
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