Sette penne e un fuso: la storia della Caremma

Sette penne e un fuso: la storia della Caremma

Mentre il vento di tramontana portava via gli ultimi coriandoli e la campana della mezzanotte sanciva la fine dei bagordi del Martedì Grasso, tra balconi e crocicchi delle strade faceva la sua comparsa la Caremma.

Chi è la Caremma

La Caremma è una figura femminile vestita in gramaglie che simboleggia astinenza e mortificazione del corpo. Secondo la tradizione popolare, rappresenta la moglie del defunto Carnevale, conosciuto come u Paulinu, rimasta vedova dopo gli eccessi del Martedì Grasso.

Un’altra interpretazione la collega a Cloto, una delle Parche della mitologia greca, perché porta in mano il fuso e la conocchia, strumenti che simboleggiano il “filare il destino degli uomini”.

I simboli della Caremma

Tra i simboli più significativi della Caremma ci sono:

  • L’arancia amara, che ricorda la mortificazione e la rinuncia ai piaceri.
  • Le sette penne di gallina infilzate nell’arancia, che richiamano l’astinenza dalle carni durante la Quaresima.

Ogni domenica di Quaresima, allo scoccare del mezzogiorno, il più piccolo della famiglia toglie una penna, un piccolo gesto simbolico che avvicina al giorno di Pasqua.

Il momento del rogo

Il giorno di Pasqua si celebra il momento più spettacolare: mentre le campane del mezzogiorno suonano a festa per la Resurrezione di Cristo, le Caremme vengono date alle fiamme, tra lo scoppio dei petardi e le grida di gioia dei più piccoli.

Prima di dare fuoco, era consuetudine che il più anziano della famiglia pronunciasse frasi come:

  • Essi Tristu e fanne entrare Cristu” (Esci maligno e fai entrare Cristo).
  • Musi torta se mangiau a ricotta, a me nun me ne disti, brutta fimmina ci fosti” (Ti sei nascosto e ti sei mangiato la ricotta, e a me non ne hai dato, brutta donna che sei stata).

Il rogo non è un atto di crudeltà, ma un rito di purificazione collettiva: bruciando la vecchia si brucia il peccato, accogliendo la Luce di Cristo Risorto e salutando ufficialmente l’arrivo della primavera.

Andrea Merico

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