Don Antonio Mazzi: «I sogni sono sempre giovani»
a cura di Andrea Merico
Don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore, attivista e giornalista, si è spento il 31 luglio a Milano all’età di 96 anni. Una vita spesa accanto ai giovani, soprattutto quelli feriti dalla dipendenza, dall’emarginazione e dalla solitudine. Una vita che potrebbe essere riassunta nelle parole che hanno accompagnato i suoi ultimi giorni: «I sogni sono sempre giovani». [4]
Molti lo hanno definito un “prete pazzo”. Ma che cosa gli ha meritato questa singolare fama?
Don Antonio Mazzi, un sacerdote dalla parte degli ultimi
Don Antonio nacque in una famiglia povera e quella stessa povertà avrebbe segnato profondamente la sua vocazione. Rimasto orfano di padre a soli tredici mesi, a 26 anni fu ordinato sacerdote nell’istituto religioso dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.
Amava descrivere se stesso senza nascondere il proprio carattere irrequieto: «Sono sempre stato un caratteraccio, ho sempre fatto piangere mia mamma; non sono stato il figlio dell’obbedienza né quello dolce».
Quell’inquietudine sarebbe diventata nel tempo una delle forze della sua missione: non accontentarsi di osservare i problemi da lontano, ma entrare dentro le ferite delle persone.
Parco Lambro e l’emergenza della droga
Nel 1979 i suoi superiori lo trasferirono a Milano, affidandogli la direzione dell’Opera Don Calabria, impegnata nell’assistenza ai poveri, agli orfani e ai malati.
La struttura sorgeva accanto a Parco Lambro, diventato in quegli anni uno dei luoghi simbolo della diffusione dell’eroina tra i giovani milanesi.
Don Mazzi si trovò così immerso in una vera emergenza sociale. Vedeva ragazzi distrutti dalla droga e genitori disperati che percorrevano il parco alla ricerca dei propri figli.
In un primo momento pensò di andare via. Poi scelse di restare.
E quella decisione avrebbe cambiato non soltanto la sua vita, ma quella di migliaia di giovani.
La nascita del Progetto Exodus
Don Antonio cominciò a studiare il fenomeno della tossicodipendenza e a chiedersi come fosse possibile restituire ai ragazzi non semplicemente una vita senza droga, ma una vita che valesse la pena di essere vissuta.
Nel 1984 si trasferì nella cascina Molino Torrette, all’interno di Parco Lambro. Proprio lì nacque il Progetto Exodus: un luogo segnato dalla morte diventava così uno spazio di speranza, educazione e rinascita.
Alla base del suo metodo c’era una convinzione semplice e rivoluzionaria: il giovane non coincide mai con il proprio errore.
«Nessuno è l’errore che ha commesso».
La pedagogia del cammino
Uno degli aspetti più caratteristici dell’esperienza Exodus è stata la cosiddetta pedagogia del cammino, diventata celebre attraverso le Carovane Exodus.
Ragazzi ed educatori percorrevano insieme molti chilometri a piedi. La fatica, il viaggio, la condivisione e il sostegno reciproco diventavano strumenti educativi.
Per don Mazzi educare non significava riempire un ragazzo di regole o indottrinarlo, ma risvegliare una passione che la dipendenza aveva soffocato.
Per questo nelle comunità Exodus trovarono spazio il teatro, la musica, lo sport, il lavoro manuale, l’avventura e la vita condivisa.
Anche la televisione e i mezzi di comunicazione diventarono per lui strumenti per portare nel dibattito pubblico la voce di chi rischiava di non averne una.
«Mi hanno salvato i ragazzi difficili»
Don Mazzi non ha mai raccontato la propria vita come quella di un benefattore che salva gli altri.
Al contrario, negli ultimi anni aveva riconosciuto:
«Sono arrivato a 96 anni perché mi hanno salvato i ragazzi difficili».
E nel giorno del suo 96° compleanno aveva detto:
«Sulla terra ho sbagliato tanto, ma ho anche amato tanto. E sono convinto che lassù non mi chiederanno quanti peccati ho fatto, ma quanto ho voluto bene ai miei ragazzi».
Parole che raccontano forse meglio di tante biografie la sua idea di Dio, dell’educazione e della vita cristiana.
Don Mazzi e il Vangelo della misericordia
Pensando alla vita di don Antonio Mazzi, vengono alla mente soprattutto due pagine del Vangelo.
La prima è quella della pecorella smarrita (Mt 18,12-14).
Il pastore non si rassegna alla perdita di una sola pecora. Lascia le altre e va a cercarla. Quando finalmente la ritrova, la sua prima reazione non è il rimprovero, ma la gioia.
Don Mazzi è stato per tanti giovani proprio questo: un pastore disposto ad andare a cercare chi tutti consideravano ormai perduto.
La seconda immagine è quella del padre misericordioso (Lc 15,11-32).
Un padre che rimane sulla porta e continua ad attendere. Non si stanca neppure quando il figlio sbaglia ancora. Quando lo vede tornare, gli corre incontro, lo abbraccia e ricomincia con lui.
Quante volte don Antonio avrà atteso sulla soglia ragazzi che erano ricaduti nella dipendenza. E quante volte, invece di dire «te l’avevo detto», avrà scelto semplicemente di riaprire la porta e ripartire insieme.
«I sogni sono sempre giovani»
Oggi, anche dopo la sua scomparsa, la voce di don Antonio Mazzi continua idealmente a raggiungere quanti vivono il dramma delle dipendenze, direttamente o attraverso la sofferenza di un figlio, di un fratello, di un amico.
La sua vita lascia soprattutto una certezza: nessuna persona può essere ridotta ai propri fallimenti.
C’è sempre uno spazio nel quale ricominciare. C’è sempre una porta che può riaprirsi. C’è sempre qualcuno che può tornare a credere in noi.
E forse è proprio questa la più bella eredità lasciata da don Antonio: continuare a credere nell’uomo quando persino lui ha smesso di credere in se stesso.
Perché, come amava ripetere:
«I sogni sono sempre giovani. Non dobbiamo mai smettere di sognare». [1]
Grazie, don Antonio.
